L’azienda Villa Calcinaia dei fratelli Capponi

“Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi, mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti…zzzzz…”

 

“Pensando al Dr. Hannibal Lecter, mi rifiuto di credere che sia un pluriomicida. Una persona di tale cultura non può essere un assassino.”

Il primo è Anthony Hopkins ne “Il silenzio degli innocenti”, nella scena in cui si presenta alla giovane agente dell’Fbi Clarice Starling.

Il secondo è il conte Niccolo’ Capponi, storico apprezzato, fratello di Sebastiano Capponi con il quale dirige l’azienda vinicola Villa Calcinaia.

QUAL’E’ IL NESSO?

E’ presto svelato!
La conoscenza da parte di Niccolò Capponi dello scrittore statunitense Thomas Harris ha fatto si che nel 1999 quest’ultimo, folgorato da Firenze e dalla bellezza di Palazzo Capponi, chiese il permesso di utilizzarlo nel suo libro, per ambientare tra le sue mura storiche la casa di Hannibal.

Capponi: “Si, basta che i Capponi non siano il suo piatto forte!”
Harris: “Non ti preoccupare, non li menziono affatto.”
Capponi: “Ho capito … c’ha bell’e digeriti!!”

Un omone barbuto e riccioluto, dall’aspetto curato ma non impeccabile, la sintesi perfetta tra l’irriverenza scanzonata fiorentina e la classe british, di quella aristocratica, da conte quale è, con il suo perfetto accento inglese. Un personaggio esplosivo.

La mia fortuna è stata quella di aver potuto trascorrere un paio di ore insieme a lui, durante una lezione del secondo corso per sommelier, nel quale il conte ci ha introdotto e raccontato la propria azienda: Villa Calcinaia, ma riduttivo sarebbe limitare la serata a questa presentazione.

Due ore ad ascoltare, talvolta con le lacrime agli occhi dalle risate, racconti e aneddoti su Calcinaia, sui suoi vini, o meglio “sui vini della sua famiglia”, come precisa lui (“mio fratello Sebastiano si occupa di tutto…io sono lo storico e quello a cui piace assaggiare!“) il tutto intervallato da un bicchiere dopo l’altro di Chianti classico e da battute pungenti contro la paraculaggine dei colleghi produttori francesi.
Una serata di quelle che, parere personale, fanno amare il vino e tutti i personaggi dietro il successo di un prodotto così popolare e nobile allo stesso tempo.
Un bicchiere di Villa Calcinaia e si riesce ad immaginare, dal colore o dal profumo, la storia appena raccontata.

Il vino Chianti secondo i Capponi nella cornice di villa calcinaia

Veduta da Villa Calcinaia
Veduta da Villa Calcinaia
Villa Calcinaia
Villa Calcinaia

La Villa, il cuore della famiglia, fu acquistata dai Capponi nel 1524. Cresciuta dai 4 poderi originari fino ad una estensione di 215 ettari caratterizzati da distese di viti, ulivi e boschi. Si trova a cavallo tra la Via Chiantigiana e la Val di Greve.

Ci spostiamo dal giardino all’inglese, che domina il fronte della villa, a quello all’italiana, passando attraverso l’ultimo dei cancelli originari della proprietà, quindi l’ingresso alle cantine.

I giardini di villa calcinaia
I giardini di villa calcinaia

capponi5

La particolarità è che sono precedute all’esterno da serbatoi per la fermentazione del vino, in acciaio inox e in cemento, come se venissimo accolti in anticamera prima di un incontro…

Villa Calcinaia: serbatoi esterni
Villa Calcinaia: serbatoi esterni

capponi7

Appena varcata la soglia della cantina, la prima parte è decisamente moderna, salta subito all’occhio l’intruso: un ovetto!

Contenitore di cemento, utilizzato per il processo di fermentazione del vino, che aggiungerebbe delle sfumature importanti al prodotto finale. Oltre alla permeabilità tipica del materiale, la forma ovoidale facilita la condensazione dei gas emessi durante la fermentazione e, quindi, consente al vino di muoversi naturalmente in senso rotatorio .

Il cemento risulta un compromesso tra legno e acciaio: ottenere vini più freschi, più puliti e meno disturbati da sentori del primo o privi di alcune sensazioni di durezza tipiche del secondo.
E’ una tecnica ancora in fase sperimentale, sia per i risultati che si possono ottenere sia per i costi molto alti di realizzazione e manutenzione.

Un ritorno al passato con un tocco di grande innovazione…un vintage futuristico!

Cantina: l'ovetto
Cantina: l’ovetto

La visita continua nel cuore dell’azienda, la barriccaia e la vinsantaia, dove sui graticci si fa strada un Vin Santo un po’ atipico, gli anni di invecchiamento sono ben dieci. Fino a pochi anni fa era secco, non dolce, vicino allo sherry, più affine ai gusti del nonno scozzese.
Via i biscottini con le mandorle, via i dessert e avanti formaggi erborinati importanti per creare un abbinamento perfetto.

FINALMENTE SI BEVE …che bella abitudine!

Si inizia con la tradizione del Chianti classico docg e del Riserva, dove una piccola percentuale di Teroldego Trentino e di Montepulciano d’Abruzzo completano la potenza e la classe innata del Sangiovese, per seguire con il Supertuscan, curiosi di capire come questi “toscani DOC lavorano i francesi”.

A questo proposito, durante la visita, ancora un aneddoto che ci ha fatto sorridere.
Complice il destino beffardo?
Tra le barbatelle sopravvissute all’alluvione di Firenze del 1966 una piccola parte arrivò a Calcinaia nella convinzione che si trattasse di Sangiovese. Solo dopo essere state piantate, una volta cresciute, fu ben chiaro che si trattava di…Merlot!!!
Ebbene sì, francesissime barbatelle di puro Merlot in terra Capponi!!

Insomma, ottimi vini, bellissime etichette, esportate per l’80% in paesi esteri (Stati Uniti, Giappone e Russia per lo più) e il restante nella regione toscana.

UN’ULTIMA CURIOSITA’!

Scartabellando nella Biblioteca Riccardiana, a Firenze, è stata scoperta l’esistenza di un manoscritto, opera di un avo Capponi, tale Niccola, dal titolo “Modo di fare il vino alla franzese. Secondo l’vso de migliori paesi di Francia“.

capponi9

capponi10Prevedeva l’utilizzo di tre tipologie di vitigni: Sangiovese, Mammolo e Malvasia bianca.
Decidendo di affidarsi, fiduciosi e curiosi, alle indicazioni contenute nelle sue pagine, Villa Calcinaia è riuscita a realizzare 333 magnum, per lo più riservate alla famiglia, ad aste benefiche e a circostanze particolari.
Lo dico con sincera soddisfazione, in occasione del suo intervento al nostro corso il conte Niccolò l’ha degustato insieme a noi!

Questo nettare sui generis (nel senso letteralmente latino del termine!) è stato battezzato “1613”, ovvero l’anno in cui il libello in questione fu stampato.

Vino davvero gradevole, ha fragranza e piacevolezza.

Un racconto suggestivo di tradizione, in viaggio nel tempo per sentire vicino il sapore di giorni passati, come se in quei sorsi fosse custodita la vita di chi, sebbene precedendoci, ha amato, lavorato, sperato e gioito proprio come noi.

QUESTA E’ LA POESIA DEL VINO